In visita al Muse a Trento

Si può visitare un museo progettato da Renzo Piano, con l’identità visiva firmata da Pentagram, e non rimanere soddisfatti? Sì, può accadere, in parte. Progetto architettonico interessante, bello, chiaro il legame con il paesaggio che lo circonda, la valle che racchiude il capoluogo trentino. Urbanisticamente imponente, dà vita ad un intero nuovo quartiere legando alla città anche palazzo delle Albere (altro conto è il costo degli appartamenti, per ora invenduti). L’identità visiva – dal logotipo ai materiali promozionali a stampa – è riconoscibile; può sembrare non così fresca e contemporanea però funziona e fa quelle che deve fare.

Dentro il Muse si comincia però a prendere coscienza che l’architetto ed il progettista dell’allestimento non hanno condiviso un progetto comune. Una delle parole chiave dell’esposizione è “leggerezza” , dunque si è cercato il più possibile di avere piani orizzontali sospesi tramite cavi oppure rialzati trami basi centrali che ne simulino una sorta di fluttuazione. Si ottengo così configurazioni di più superfici frammentate e sovrapposte tra loro. Lo stesso principio applicato alla tecnologie fa sì che i monitor non siano mai incassati e si manifestino in tutta lo loro nudità hardware; loghi, cavi e pulsanti compresi. Questa piccola sensazione di “incuria” la si prova più marcata guardando dentro i dispositivi multimediali che soffrono del fatto di essere stati prodotti da molte mani diverse. Forse è un’osservazione da utente digitale esperto, ma sembra di continuare a fare zapping tra un canale e l’altro spostandosi lungo il percorso espositivo.

L’apparato didascalico tradizione del resto è per forza di cosa molto sintetico, essendo presentato in 3 lingue (italiano, inglese, tedesco) ed essendo i temi proposti molto vasti. La curatela è infatti il principale argomento di sorpresa della mia visita. Cito dal sito ufficiale «Il percorso espositivo del Muse usa la metafora della montagna per raccontare la vita sulla Terra. Si inizia dalla cima: terrazza e piano 4 ci fanno incontrare sole e ghiaccio, poi si scende ad approfondire le tematiche delle biodiversità, della sostenibilità, dell’evoluzione. fino al piano interrato e alla meraviglia della serra tropicale.»

I temi sono però così ampi che risultano presentati con una sinteticità-superficialità estrema. Per esempio al primo piano troviamo la sezione “Dai primi uomini sulle Alpi al futuro globale” che racconta l’evoluzione del rapporto tra uomo e natura negli ultimi 40 mila anni, arrivando fino a presentare una selezione di una decina di progetti recentissimi in cui il designer si è ispirato ad elementi della flora o della fauna. Tutto corretto, certo, però si rimane un po’ a bocca asciutta davanti agli spunti forniti e non approfonditi.

Riporto sotto le immagini di alcune piacevoli sorprese incontrate durante la visita: 1. illustrazioni di dinosauri che tramite un gioco di parallasse si allineano al relativo scheletro posto dietro di essi; 2. oggetto interattivo in cui, tramite una manopola di metallo, ci si sposta lungo una timeline degli insediamenti umani (bel gioco di proiezione su superficie metallica); 3. rappresentazione grafica animata dell’evoluzione della vita sulla Terra.

Complessivamente ho avuto la sensazione di un grande giro di giostra. La massiccia presenza di pubblico, costituito in gran parte da famiglie con bambini, conferma che il target maggiormente centrato è quello che ragazzini che possono giocare-imparando o imparare-giocando. Grande risultato se questo era l’obiettivo. Per gli studiosi e gli interessati di scienze naturali si rimanda ad altri strumenti che non siano la semplice visita al museo.

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Daniele Balcon